E se stessimo ignorando il nostro pubblico più importante?
Comunicazione

E se stessimo ignorando il nostro pubblico più importante?

Settimane fa ho tenuto un corso per alcuni professionisti dal titolo “Scrivere per il web: teoria e pratica”. È stata una grande occasione per confrontarmi con alcuni operatori della comunicazione – anche se in un settore differente dal mio – ma soprattutto è stata un’opportunità preziosa per diffondere un po’ di quella cultura digitale che tante volte è data per scontata.

Tra gli argomenti che sono emersi da questo interessante confronto c’è stato un tema che ho voluto approfondire in modo particolare: la definizione del proprio pubblico di riferimento.

Quando si scrive, quando si compie una qualsiasi azione a supporto dei nostri obiettivi – senza i quali è bene non addentrarsi nella realizzazione di alcuna azione – è bene capire qual è il nostro target di riferimento. E non fermarsi solo a quello.

Ci sono numerose teorie sulla definizione del nostro lettore ideale, le buyer personas ad esempio sono un ottimo modo per capire come approcciarsi. Quello che però spesso manca è una visione più ampia del nostro target. Facciamo un po’ di chiarezza.

  1. Il target primario: è l’insieme delle persone che vogliamo raggiungere in modo più diretto. Possono essere esperti del nostro stesso settore, potenziali clienti, o un segmento ancora più definito. Sono le persone alle quali sono indirizzati la maggior parte dei nostri contenuti, coloro a cui pensiamo durante la stesura del nostro calendario editoriale. Ma sarebbe riduttivo pensare di raggiungere solo loro.
  2. Il target secondario: è l’insieme di persone che raggiungiamo in maniera quasi inconsapevole, sebbene si debba sempre tenere a mente la loro esistenza. Pensiamo a una dinamica molto comune: creiamo un post o un contenuto, lo pubblichiamo sul nostro blog con l’intento di raggiungere il nostro target primario e condividiamo questo articolo sui nostri social, su gruppi o via mail. Bene, è proprio a questo punto che possiamo raggiungere il nostro target secondario. Un nostro collegamento su Facebook o LinkedIn può interagire con il nostro post: può mettere un like, può commentarlo o ancora può condividerlo e quindi renderlo più visibile ad altre persone, in modo più o meno diretto. Siamo sicuri che queste persone non possano essere interessate?

Il target secondario è più importante di quello primario?

Per certi aspetti, se volessimo estremizzare il concetto, la risposta può essere un convinto ““. Ma spieghiamo perché.

Poniamo di fare un interessante approfondimento sull’uso di LinkedIn per le imprese, il nostro target primario può quindi essere individuato nelle aziende della nostra zona. Creiamo il post-blog perfetto, lo argomentiamo, lo rendiamo visibile magari attraverso un’attività SEM o di sponsorizzazione sui social proprio a quello che è il nostro pubblico di riferimento. Investiamo quindi tempo e denaro nel nostro articolo, ma i risultati attesi tardano ad arrivare.

Decidiamo quindi di rilanciarlo sul nostro profilo Facebook o Twitter, ovviamente senza alcuna aspettativa. Il nostro amico dell’università che non sentiamo da anni decide di leggere in nostro contenuto, lo apprezza e lo condivide. Da quel momento – ma in realtà da molto tempo prima – il nostro articolo vive attraverso altre forme di pubblicazione che non sono più sotto il nostro stretto controllo e, proprio in virtù di questo, può raggiungere persone che non abbiamo nemmeno considerato nella nostra strategia iniziale. E proprio da questa dinamica possono nascere nuove e interessanti opportunità di crescita.

Ampliamo i nostri orizzonti

Le dinamiche raccontate in questo post sono spesso molto frequenti, eppure spesso ci scordiamo dell’esistenza di un potenziale target secondario pronto a ricevere informazioni da noi. È bene, quindi, ragionare sin dall’inizio sull’esistenza di questo pubblico che magari può non essere esperto ma che può essere interessato alla nostra attività.

Sì, ma come? Ecco 5 consigli pratici:

  1. iniziamo a pensare e a realizzare articoli meno specialistici e più generali proprio per raggiungere tutti;
  2. evitiamo l’uso di tecnicismi comprensibili solo dagli addetti ai lavori e – diciamocelo – per lo più superflui;
  3. usiamo un linguaggio semplice ma non povero, capace di colpire chiunque;
  4. analizziamo cosa cercano le persone: ascoltare, approfondire e apprendere;
  5. differenziamo i contenuti e diamo loro valore.

E tu, cosa ne pensi?

Bene, se sei arrivato a leggere tutto questo mio post è giunto il momento di dire la tua: cosa pensi di questa dinamica alimentata dai social media? Hai avuto esperienze dirette a riguardo? O forse non sei d’accordo con quanto detto? La tua opinione è importante, condividila con me. Puoi commentare questo articolo, condividerlo o vistare i miei profili:

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